L’accappatoio ormai serviva solo a proteggerci dall’aria condizionata. Le nostre pelli si erano asciugate da ogni goccia di acqua ed il cloro era stato lavato via dalla doccia calda che avevano fatto a turno. Non avevamo parlato molto, non più del necessario: l’imbarazzo era ancora troppo grande. 

Sprofondavo nel letto della sua camera, le lenzuola erano morbide ed accarezzavano la mia pelle. Lei in piedi, appoggiata al muro che guardava indaffarata il telefono da circa un minuto. L’accappatoio era aperto, il seno faceva capolino e mostrava i segni dei miei morsi che contrastavano con la sua pelle bianca e liscia. Ne ero incantata, i ricordi di poco prima mi solleticavano da quando eravamo usciti dalla piscina, ma in quel momento erano accantonati per poterla ammirare. 

A dirla tutta non ero ancora sollevata: durante la doccia avevo avuto la tentazione di sbrigarmela da sola, ma avevo avuto timore di sporcare, di insospettirla con una doccia troppo lunga, di fare troppo rumore. Forse avrebbe capito, forse no e mi sarei vergognata da morire. Lei forse portava ancora la vergogna per il piacere sconosciuto che aveva sentito. Erano passati tre minuti, lunghissimi ed imbarazzanti.

 < Va tutto bene? > le mie parole erano uscite troppo forti, avevo fatto una confusione tremenda in quel silenzio. < Non avevi mai sentito certe cose vero? È normale, non devi sentirti sbagliata, anch’io le prime volte… > la frase mi si era lentamente spenta fino a diventare un impercettibile bisbiglio. Era di nuovo silenzio. Un silenzio assordante che mi impediva di formulare anche solo dei pensieri.

Temevo si vergognasse, volevo tranquillizzarla, ma avevo anche una voglia tremenda. Non volevo toccarla ancora, volevo che fosse lei a farlo ma non potevo pretenderlo, lei non avrebbe voluto, non potevo costringerla ma la desideravo. Era una tentazione troppo grande, avrei potuto perderci la dignità ma non volevo fare altro che pregarla di toccarmi. Non volevo usarla, ma volevo usarla per il mio piacere.

< Potresti venire qui, vicino a me? > la voce tremolava appena, lo sforzo per renderla aggraziata era enorme. Lei alzò lo sguardo in modo timido, fece qualche passo e si appoggiò alla mia destra, gli occhi guardavano in basso. Agire non era semplice, non dovevo spaventarla, non potevo permetterlo. Mi sentivo in colpa a trattarla così, ma nessun senso di colpa mi avrebbe fermato dal prenderla. Dovevo solo trattarla bene, con gentilezza, accarezzarla e poi, una volta tra le mie braccia, avrei potuto avere da lei tutto ciò che volevo.

< Mi è piaciuto da morire > disse Elisa improvvisamente < So cosa abbiamo fatto, non sono arrabbiata con te. > Ero spiazzata, non la immaginavo già così cresciuta. 

< Non so cosa voglia dire per te e per noi. Non mi importa adesso, abbiamo passato tanto tempo assieme e… io credo che sia normale, non ho paura che ciò che è successo ci faccia stare male. > sorrideva, un sorriso lieve con gli occhi un poco lucidi. Io non rispondevo, anche il desiderio si era strozzato come il mio respiro. 

< Non ho mai fatto niente del genere con nessuno. So cosa vuoi e posso provarci. > < Ti va? > chiesi io con una voce terribilmente agitata. Lei sorrise guardandomi negli occhi < Mi va, dimmi cosa devo fare >

I miei occhi erano completamente chiusi, le mie mani erano davanti alle palpebre. Morivo di vergogna. Dirle quello che volevo mi facesse era stato difficilissimo, ma guardarla mentre lo facevo mi pareva impossibile. Era davvero finito così quel pomeriggio? Non volevo crederci ed io mio cuore, che sembrava volermi rompere le costole, nemmeno. Sentii il suo tocco, il polpastrello si appoggiò alle labbra facendomi trasalire. Ero stesa sul letto con le gambe aperte e lei era lì in basso. Il dito scivolava facilmente, la sensazione era indescrivibilmente bella e mi faceva tremare le cosce. Gli umori non avevano cessato di mantenermi umida ma adesso sgorgavano copiosamente e la sola pressione del dito li faceva gocciolare fuori da me. Il movimento successivo fu troppo rapido per la mia povera mente: le labbra vennero aperte, il dito toccò il clitoride e poi, aiutato dai miei fluidi, scivolò dentro di me. Lanciai un mezzo urlo e spalancai gli occhi. Elisa giocava con me ed aveva uno sguardo che non le avevo mai visto. Non aveva preso paura per la mia reazione al suo tocco, se ne sentiva gratificata e spinse immediatamente il dito dentro più a fondo che poteva. Non credevo a ciò che sentivo, non era possibile. < Più veloce, ti prego!> Il dito si mosse veloce dentro di me. Andava a fondo, tornava in superficie per poi penetrarmi ancora e sempre più veloce. Anche lei si toccava, ora lo sapevo, si muoveva con troppa consapevolezza. 

L’orgasmo mi prese alla sprovvista, nel preciso istante in cui sfiorò una seconda volta il mio clitoride. Inarcai la schiena, strizzai gli occhi ed una scossa di piacere mi partì dalla punta dei piedi fino a colpirmi il cervello. Il cuore mi aveva probabilmente bucato il petto ma non mi importata, Elisa mi aveva dato un piacere che non pensavo esistesse. < Ferma… solo un secondo ti prego > . Ansimavo terribilmente e ridacchiavo. Lei sorrideva con quel suo sguardo solare e gentile. La baciai di impulso e non venni respinta. < Ora vuoi… provare quella cosa vero? > mi chiese gentile. Era una richiesta disgustosa, l’avevo formulata per mezzo scherzo sperando con tutto il cuore che l’avrebbe accettata. Lei sembrava più curiosa di me ed aveva solo imposto che avrei dovuto ricambiarla.

La sua lingua cominciò a stuzzicarmi l’interno delle cosce. La odiai ed amai assieme per questo suo scherzo, non riuscii a formulare pensieri quando la prima leccata toccò in pieno il mio punto più sensibile. Potei solo sdraiarmi ed arrendermi al fatto che non sarebbe finita finché non avrebbe smesso di divertirsi a sentirmi gemere e contorcere per ciò che mi faceva. La mia mano le accarezzava la testa, poi la prendeva e la schiacciava contro il mio sesso. 

Non contammo più i miei o i suoi picchi di piacere, non facemmo altro che continuare a toccarci, leccarci, morderci, baciarci per tutto il pomeriggio. Ogni tanto godevo e lei si divertiva a continuare in eterno, altre volte lei godeva e pretendeva qualche minuto di pausa tra le mie braccia.

La madre di Elisa tornò a casa molto tardi e fu felice di vedere la propria figlia così serena. Lei e la sua amica si erano addormentate, come facevano spesso fin da quando erano piccole, sul letto della cameretta. In particolare, vide che si tenevano per mano e sorrise a quel gesto innocente. Forse, se avesse scostato le lenzuola, avrebbe avuto qualche dubbio in più scoprendo che nessuna delle due indossava qualcosa che potesse nascondere le proprie vergogne.

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